martedì 28 febbraio 2017

Ruby ruba alla Coop





Quando sente che qualcuno apre la porta, Rubirosa Myrolho detta Ruby accenna un passo di danza. 
Rischia di rovesciare la minestrina al latte, ma cade solo qualche goccia. 
La signora Esther è già seduta a tavola di là in sala; e non si accorge di niente. 
«Ecco tua minestrina, signora» dice Ruby con una specie di inchino. Intanto deposita delicatamente sul tavolo della sala la tazza con il manico a forma di gallina.
La porta d’ingresso nel frattempo viene chiusa. In corridoio echeggiano passi da uomo.

«Ueh, Manila, come va?». Ruby non fa in tempo a rispondere, che già la signora si è intromessa. Alla signora dà molto fastidio che il fratello saluti la badante prima di lei.
«Amos, ma basta, ma ses-to torna sì? Sei già passato ieri. La glicemia è a posto. Puoi anche andare…».  Amos non risponde. Posa la sua borsa da medico sul pavimento e si avvicina alla sorella per darle un bacio sulla guancia. La sorella sorride e si porta trionfale alla bocca la sua prima cucchiaiata di minestrina al latte.

Il sorriso della signora è il segnale di via libera. Ruby torna in cucina canticchiando What do you mean. Piano, però, per non farsi sentire. Il dottor Amos odia Justin Bieber. Forse perché la sua nipotina tredicenne ama Justin Bieber più di quanto ami lui? Chissà.
La nipote del dottore si chiama Rebecca. A Ruby piace Rebecca. Hanno gli stessi gusti, anche se a dividerle ci sono almeno venticinque anni di vita. Ma all’una come all’altra Justin Bieber sembra bellissimo. E tutt’e due vanno pazze – ma pazze proprio – per le Pringles.

Ruby apre il dépliant della COOP che la signora ha mollemente adagiato sulla sedia vicino al frigo, durante una delle sue peregrinazioni in sedia a rotelle lungo l’intero perimetro interno della casa.  Ruby parla tagalog e inglese, e  italiano poco poco; ma la sua conoscenza della lingua è tale da permetterle di capire senza ombra di dubbio che le Pringles alla COOP sono in offerta – e solo per oggi. La COOP chiude alle otto. Guarda l’orologio a muro appeso in cucina. Segna le 18.55. Ce la farà senza problemi. Deve solo sperare che il dottore decidadi fermarsi a cena e le dica…

«Manila, se vuoi puoi andare. Sto io un po’ con Esther. Ma tu fa’ attenzione. Sei ancora ingrassata. Hai seguito la mia dieta bilanciata?».
Ruby fa segno che sì, l’ha seguita «per pilo e per senior», disse. Il dottore la guarda un po’ stranito, poi muove la mano destra come a scacciare una mosca immaginaria.  Ruby sorride. Meglio andare prima che qualcuno cambi idea. Tutti molto strani, gli italiani di quella famiglia.
«Ciao» dice Ruby e il dottor Amos ricambia il saluto con il consueto «Ciao, Manila». Per qualche misteriosa ragione da italiano il dottor Amos si rifiuta di chiamarla Ruby. 

Del resto, che importanza ha? È ancora in tempo per le Pringles. Esce dal condominio,  si avvia nel buio del viale e raggiunge l’angolo destro della stazione. Il pullman che va alla COOP è lì ad aspettarla. Sale, paga, si siede e si addormenta. Sogna città piene di gente. Mangrovie e immondezzai. Adolescenti seminudi su sgangherati motorini. Intorno grattacieli e montagne e foreste. Poi riapre gli occhi. Ha un leggero mal di testa. La gente sta scendendo dal pullman. Nel buio del piazzale le luci della COOP.
Saluta l’autista del pullman. Le risponde una specie di grugnito.

Sul piazzale il freddo e la nebbia. Dentro la COOP però si sta bene. È caldo, luminoso. Le lunghe file dei carrelli le chiedono un euro per lasciarsi staccare dal gruppo e accompagnarla. Ma Ruby ha deciso di comprare solo pochi tubi di Pringles e non deve cedere al loro invito. Sceglie un carrello di quelli piccoli, quelli che si lasciano prendere per mano senza chiedere nulla in cambio. 
Parte diretta in sua compagnia verso lo scaffale delle patatine. Meta, il settore Pringles. Nella pancia del carrello finiscono due tubi di Pringles classiche, due di Pringles hot and spicies, due di Pringles onion sour. Ruby deglutisce. L’acquolina le sta invadendo la bocca. Rischia di affogare. Decide quindi di allontanarsi dalla tentazione e salpare verso la cassa, senza fermarsi in altri pericolosi porti intermedi. 

E mentre va verso la cassa, una scena attrae la sua attenzione. C’è un uomo – ma è proprio un uomo? – con una lunga coda di capelli grigi. Vestito con il camice dei magazzinieri, sta sistemando delle cose in una vetrina. Non è brutto, anche se vecchio. Ruby ne è attratta perché sembra un adolescente invecchiato di colpo, senza mai essere stato un uomo. Si muove un po’ come una donna e intanto sistema gli oggetti nella vetrina. Quando cammina davvero ha passi pesanti come il dottor Amos.

Ruby guarda gli oggetti che l’uomo prende da una specie di scatola rosa e mette nella vetrina. Tutti anelli. Bellissimi. A lei piacciono tanto gli anelli. Ce n’è uno che le piace più di tutti, è d’oro con una gemma rossa sopra. Una pietra che in inglese si chiama ruby – proprio come il suo nome. Una profonda nostalgia delle Filippine la invade nel vedere quell’anello. Pensa a cosa direbbe sua cugina Consuelo nel vederla tornare con quell’anello al dito. Ma il suo pensiero è subito distolto da uno squillo. La suoneria di un cellulare. Non è il suo: lei ha come suoneria Treat you better di Shawn Mendes, mentre questa suoneria sembra una marcia di guerra. Il magazziniere con la coda grigia estrae uno smartphone dalla tasca e si allontana di qualche passo per rispondere.

Ruby si guarda intorno. Non vede nessuno. L’anello con il rubino le sta facendo segno di avvicinarsi perché deve dirle qualcosa. In tagalog, probabilmente. Lei obbedisce. Lo guarda, lo stuzzica un po’ con la punta del dito, lo accarezza sulla sua piccola pancia tonda. Poi improvvisamente l’anello senza dire una parola le si attacca al dito, così, come un insetto dispettoso; e lei cerca disperata di staccarlo, sfregandolo contro il giubbotto. Finalmente ci riesce. L’anello cade nella tasca del giubbotto. E ci si perde dentro. Ruby si volta verso il magazziniere con la coda. Sta ancora parlando. Anche l’anello le sta parlando. Le sta dicendo che lì nella tasca si trova benissimo. Lei intanto si è già avviata verso le casse. C’è una cassiera bionda con il naso adunco come il becco di un corvo. Le fa segno di passare, senza sorridere. Ruby si accorge di non avere più l’acquolina in bocca. La barca dei pensieri è in secca adesso. Un’unica immagine si staglia all’orizzonte: una donna filippina di mezza età arrestata dai Carabinieri italiani per il furto di un anello di inestimabile valore.

Le sue orecchie sono pronte al suono della sirena. Prende tremando le Pringles e le deposita sul nastro. La cassiera le fa passare, chiude il conto e le dice il prezzo. Ruby tira fuori il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans. Il portafoglio le cade a terra. Si china, lo raccoglie. Paga. Non suona niente. Non ci sono sirene. Né guardie. Né niente. Solo i soldi sul ripiano della cassa. Prende il resto e saluta la cassiera, che dice ciao e si alza quasi subito, chiudendo il cassettino degli incassi.


Ruby si allontana veloce con la sua borsa di carta di riso. Sorride. I Carabinieri sono spariti dal suo orizzonte. Sul mare calmo del suo cervello naviga adesso un veliero maestoso al cui timone sta Justin Bieber. Un Justin enorme che, a torso nudo, con le dita cariche di anelli, sta masticando soddisfatto le Pringles. 

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